E’ una storia che racconto spesso, ma di cui non ho mai scritto nulla. E’ una storia del 2003, e riguarda una parola chiave che va di moda ora (e che all’epoca non si usavano): apprendimento collaborativo.

Tutte le volte che mi chiedono di parlare di modelli di apprendimento collaborativo, racconto sempre di questa esperienza svedese (Kooperativ Konsult di Goteborg, Svezia, assieme all’Università di IT di Goteborg) che ho conosciuto in un progetto Leonardo appunto nel 2003.

In estrema sintesi, il modello di apprendimento messo a punto dagli amici svedesi funzionava (penso funzioni ancora) così:

  • “vignetta” proposta dal moderatore (non il docente o tutor), che illustra un problema. Il concetto è quello del “problem based learning”
  • lavoro collaborativo svolto online, tramite una piattaforma in cui già allora i “corsisti” avevano la possibilità non tanto di fruire ma di produrre contenuti. O meglio, di produrre una soluzione al problema.
  • alternanza tra lavoro collaborativo online e qualche incontro in presenza, per cementare l’aula
  • i materiali del corso sono prodotti alla fine dai corsisti, non proposti all’inizio dal “docente”.

Si tratta di un approccio molto potente: l’apprendimento avviene come output di un processo e nell’ambito del processo stesso, non con una metodologia trasmissiva. Il ruolo del moderatore consente di mantenere viva la discussione e di tendere all’obiettivo finale senza disperdere tempo e energia.

Ci sono però delle precondizioni per un approccio simile: la principale è la forte motivazione e la forte capacità sia di lavoro autonomo che di collaborazione che i partecipanti devono avere (in quel caso si trattava di adulti, di piccole cooperative sparse per la Svezia che in questo modo potevano ricevere consulenza e formazione da parte di un loro referente “metropolitano” evitando i problemi di distanza. E in Svezia le distanze sono ampie, specie d’inverno.

Mi verrebbe da dire che un’altra precondizione è essere svedesi (o almeno è uno dei dubbi che ho sempre avuto)…ma magari no.

Da notare poi che questo approccio veniva utilizzato non a caso in gruppi ridotti. Se vogliamo vederne subito la controindicazione aziendale, ne consegue che l’apprendimento collaborativo è funzionale con gruppi di qualche decina di persone il che lo rende meno economico rispetto alle soluzioni e-learning pensate per centinaia di persone.

E  l’allodola che c’entra? La piattaforma informatica si chiamava Lärka, che vuol dire appunto allodola.

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